Black Friday 2026: la strategia ads di un media buyer da settembre a Natale

Black Friday 2026: la strategia ads di un media buyer da settembre a Natale

Ogni anno, più o meno nella prima settimana di novembre, in decine di account pubblicitari succede la stessa cosa. Qualcuno apre Gestione inserzioni, guarda il calendario, vede che il Black Friday cade venerdì 27 novembre e porta il budget giornaliero da cento a trecento euro. Nessuna nuova creatività, nessun pubblico diverso, nessun ragionamento sul margine: solo più benzina nello stesso motore, con l’idea che a novembre la gente compri e quindi più si spende più si incassa. Tre settimane dopo quello stesso account ha speso il triplo, ha portato a casa forse la metà dei risultati in più e il costo per lead è salito a un livello che, se qualcuno lo avesse annunciato a settembre, nessuno avrebbe accettato.

Il problema non è il Black Friday, e non è nemmeno il budget. Il problema è l’idea che il quarto trimestre si possa comprare nel momento in cui arriva, entrando nell’asta nello stesso giorno in cui ci entrano tutti gli altri, con gli stessi strumenti di tutti gli altri e con una sola differenza: meno preparazione. Un media buyer che conosce il proprio mestiere non cerca di battere l’asta nel giorno in cui è più affollata. Ci arriva con un vantaggio costruito prima, fatto di pubblici che conoscono già il brand, di creatività di cui sa già il rendimento e di dati che l’algoritmo ha già digerito.

Questo articolo racconta come si costruisce quel vantaggio, mese per mese, partendo da un punto che quasi nessuno considera: il Black Friday non comincia a novembre, e nemmeno a settembre. Comincia ad agosto.

Il Black Friday comincia ad agosto

Ad agosto molti imprenditori spengono le campagne, convinti che nessuno compri e che ogni euro speso sia un euro buttato. La tensione all’acquisto effettivamente cala in tanti settori, ma è proprio qui che sfugge il punto: quando una parte consistente degli inserzionisti esce dall’asta, l’asta si svuota, e in molti account il costo per raggiungere mille persone scende in modo sensibile. Su Google capita di vedere giornate in cui la piattaforma non riesce nemmeno a spendere il budget previsto, semplicemente perché domanda e concorrenza non ci sono. Non è una legge universale, perché cambia da settore a settore e da mercato a mercato, ma è un fenomeno abbastanza ricorrente da meritare una strategia invece di un interruttore.

Chi ha continuato a investire ad agosto, magari con budget ridotti e soglie abbassate per non lasciare che la piattaforma sprecasse quello che non riusciva a spendere bene, non ha comprato soltanto lead. Ha comprato attenzione a prezzo scontato. Ha accumulato visualizzazioni video, interazioni con il profilo, visite alla landing, persone che hanno aperto un modulo senza compilarlo, contatti entrati in lista. E ha comprato, in una parola, segnali. E i segnali sono esattamente la materia prima di cui il sistema pubblicitario avrà bisogno a novembre, quando tutto costerà di più.

A settembre il quadro cambia. Rientrano gli inserzionisti che avevano spento, ripartono i budget delle aziende, si riaccende la domanda. È la ripartenza vera, e da qui comincia una salita che accompagna il mercato fino al picco di fine novembre. Chi arriva a questa ripartenza con un pubblico già costruito ha un vantaggio concreto su chi riparte da zero, perché le persone che hanno già incontrato il brand ad agosto non vanno ricomprate a prezzo pieno a novembre. Vanno convertite. Ed è una differenza che, come vedremo tra poco, si misura in euro sul costo di ogni singolo contatto.

Perché nel Q4 il CPL sale anche se la campagna è identica

C’è una domanda che ogni cliente, prima o poi, fa a metà novembre: la campagna è la stessa di ottobre, le creatività sono le stesse, il pubblico è lo stesso, perché il costo per lead è salito? La risposta sta in un calcolo che vale la pena tenere a mente, perché spiega più cose di qualsiasi report.

Il costo per lead è il risultato di tre fattori: quanto costa mostrare l’annuncio a mille persone, quante di quelle persone cliccano e quante di quelle che cliccano diventano un contatto. In termini semplici, il CPL è il CPM diviso per il numero di lead che ottieni ogni mille impression, e quel numero dipende dal tasso di clic e dal tasso di conversione. Facciamo un esempio con numeri tondi. Con un CPM di otto euro, un CTR dell’uno per cento e una landing che converte il dieci per cento dei visitatori, ogni mille impression producono dieci clic e un lead: il costo per lead è di otto euro. Se a novembre il CPM sale a dodici euro e tutto il resto rimane uguale, il costo per lead sale a dodici euro. Nessuno ha sbagliato nulla, la campagna è identica, eppure ogni contatto costa il cinquanta per cento in più.

Ora immaginiamo che quelle impression non vadano a sconosciuti, ma a persone che il brand l’hanno già visto ad agosto e settembre. Se quel pubblico caldo converte al quindici per cento invece che al dieci, con lo stesso CPM di dodici euro il costo per lead torna a otto euro. È questo il punto centrale di tutto il ragionamento: quando il costo dell’attenzione sale, l’unica leva capace di assorbirlo senza far esplodere il CPL è un tasso di conversione più alto, e un tasso di conversione più alto non si improvvisa a novembre. Si costruisce nei mesi prima.

Ma il CPM sale davvero sempre? Qui conviene essere onesti, perché i dati raccontano una storia meno lineare di quella che si legge di solito. Sul fronte Google la pressione è evidente. Secondo il recap del Black Friday 2025 pubblicato da smec, costruito su quasi duemila account Google Ads ecommerce in Europa, la spesa è cresciuta del 31 per cento rispetto all’anno precedente e il costo per clic del 24 per cento, con il 12 per cento di concorrenti unici in più nelle aste. Nello stesso periodo il valore medio degli ordini è sceso del 6,6 per cento e il margine lordo si è eroso lungo tutto novembre. Tradotto: si è speso di più per vendere a valori più bassi.

Sul fronte Meta il quadro è più sfumato. Il benchmark di Tinuiti sul quarto trimestre 2025, riferito al mercato statunitense, ha rilevato su Facebook un CPM aggregato in calo del 13 per cento rispetto allo stesso trimestre dell’anno prima, complice la crescita di inventory a costo più basso come i Reels. Eppure, dentro quella media in discesa, il 44 per cento degli inserzionisti analizzati ha visto il proprio CPM salire. Due precisazioni sono doverose: si tratta di un confronto anno su anno e non tra settembre e novembre, e riguarda gli Stati Uniti. La lezione però vale ovunque. La media del mercato non è il tuo account, e un dato aggregato può scendere mentre quasi un inserzionista su due paga di più.

Per questo il lavoro del media buyer non è prevedere se il CPM salirà. È arrivare pronto al momento in cui salirà il costo per acquisire il prossimo cliente, qualunque ne sia il motivo: più concorrenti nel proprio settore, più budget concentrati sulle stesse fasce di pubblico, promozioni più aggressive che alzano l’asticella di ciò che il cliente si aspetta.

Remarketing e retargeting esistono ancora nel 2026?

Se il pubblico caldo è la chiave del quarto trimestre, la domanda successiva è inevitabile: nel 2026 si può ancora fare remarketing? Dopo anni di stretta sulla privacy, aggiornamenti iOS, banner dei cookie e algoritmi sempre più automatici, molti inserzionisti sono convinti che il retargeting sia morto. Non lo è. È cambiato, e chi continua a pensarlo con gli schemi del 2019 rischia di cercare uno strumento che non esiste più senza vedere quello che c’è.

Il retargeting di qualche anno fa era una lista. Il pixel registrava chi visitava il sito, la piattaforma costruiva un pubblico degli ultimi trenta giorni e l’inserzionista gli mostrava un annuncio dedicato, spesso con uno sconto. Quella lista oggi è molto più piccola e molto meno affidabile: una parte degli utenti rifiuta i cookie, una parte naviga da dispositivi che limitano il tracciamento, una parte semplicemente non viene vista. Chi apre un pubblico personalizzato di visitatori e lo trova ridotto rispetto a qualche anno fa non sta sbagliando qualcosa. Sta guardando il perimetro reale di quello che le piattaforme riescono ancora a vedere.

Nel frattempo è cambiato anche il modo in cui le piattaforme usano i pubblici. Su Meta, con Andromeda e con le configurazioni Advantage+, il pubblico personalizzato non funziona più come un recinto dentro cui chiudere la campagna, ma come un suggerimento: un segnale che dice all’algoritmo da dove partire, lasciandogli la libertà di andare oltre quando trova persone con maggiore probabilità di conversione. Su Google i vecchi elenchi per il remarketing sono confluiti nei segmenti di dati proprietari, i your data segments, che continuano a permettere di raggiungere di nuovo chi ha visitato il sito o compiuto determinate azioni, anche nelle campagne sulla rete di ricerca.

Allora dove sta il retargeting che funziona oggi? Sta nei dati di prima parte, quelli che il brand possiede o che nascono dentro le piattaforme senza dipendere dai cookie. Le persone che hanno guardato buona parte di un video, quelle che hanno interagito con il profilo Instagram o con la pagina Facebook, chi ha aperto un modulo per contatti, gli iscritti alla newsletter, i contatti del CRM, i clienti che hanno già comprato, i numeri entrati in una conversazione WhatsApp. Sono pubblici più robusti, perché non dipendono da un pixel che deve riuscire a scattare nel browser giusto al momento giusto. Sulle liste clienti serve naturalmente una base giuridica corretta ai sensi del GDPR: caricare un database su Meta o su Google senza il consenso adeguato non è una scorciatoia, è un rischio.

C’è poi un secondo cambiamento, più sottile. Il retargeting non deve necessariamente essere una campagna separata. La vecchia architettura freddo, tiepido, caldo, con tre campagne distinte e budget divisi, in molti account oggi frammenta i dati e rallenta l’apprendimento. Il valore non sta nel ricostruire quelle strutture, ma in due cose diverse. La prima è dare alle piattaforme segnali migliori, attraverso Conversions API, conversioni avanzate e un tracciamento pulito. La seconda è costruire una strategia creativa diversa per chi il brand lo conosce già. A una persona che ti ha visto dieci volte non serve che tu le spieghi chi sei. Le serve un motivo per decidere adesso.

 Settembre, costruire prima che costi di più

Settembre è il mese in cui un media buyer dovrebbe ragionare come un investitore e non come un venditore. L’obiettivo non è soltanto portare lead, anche se i lead servono, ma accumulare conoscenza: sull’account, sul pubblico, sulle creatività, sui tempi di decisione dei clienti. Tutto quello che si impara a settembre costa meno di quanto costerebbe impararlo a novembre, e a novembre non ci sarà comunque il tempo per farlo.

Arrivati a fine mese, alcune risposte dovrebbero essere già sul tavolo. Quali hook fermano davvero lo scroll nei primi secondi? Quali angoli di comunicazione portano contatti e quali portano contatti qualificati, che non sono affatto la stessa cosa? Quale landing converte meglio, e su quale dispositivo? Quale offerta viene percepita come interessante e quale come l’ennesimo sconto? E soprattutto, quanto tempo passa in media tra il primo contatto con il brand e la conversione?

Quest’ultima domanda è la più sottovalutata, eppure decide l’intero calendario del quarto trimestre. Se un cliente impiega in media tre settimane dal primo annuncio visto all’acquisto o alla richiesta di preventivo, allora le persone che devono convertire durante la settimana del Black Friday vanno raggiunte per la prima volta a inizio novembre, e le campagne che le raggiungono devono essere già stabili prima. Chi non conosce il proprio tempo di conversione accende le campagne quando le accendono tutti, e scopre a dicembre che le vendite di novembre erano state seminate troppo tardi.

Settembre è anche il mese giusto per far crescere i pubblici di interazione. Campagne video che accumulano visualizzazioni, contenuti che generano interazioni con il profilo, lead magnet che portano iscritti a una lista: sono attività che raramente mostrano un ritorno immediato nel report del mese, ma che a novembre diventano il bacino da cui pescare a un costo più basso di quello che pagherà chi quel bacino non l’ha costruito.

Ottobre, il mese che decide il Black Friday

Se settembre serve a costruire, ottobre serve a scegliere. È l’ultimo mese in cui le aste sono ancora relativamente accessibili e il primo in cui le decisioni prese pesano direttamente sul risultato di novembre. Non è normale amministrazione, ma non è nemmeno un Black Friday anticipato: è il mese del pre-scaling.

La prima attività è il test delle creatività. Ottobre è il momento in cui si mettono a confronto angoli diversi, formati diversi, aperture diverse, e si isolano quelle che funzionano davvero, con abbastanza dati da potersi fidare del risultato. Il motivo è semplice: a novembre ogni test costa di più, e ogni modifica significativa a una campagna che sta andando bene rischia di rimandarla in fase di apprendimento proprio nella settimana in cui dovrebbe essere al massimo della forma. Chi il 20 novembre si chiede ancora se funzioni meglio il video A o il video B ha già perso una parte del proprio Black Friday.

La seconda attività è la costruzione delle liste di chi vuole essere avvisato. Early access, lista d’attesa, accesso riservato alle offerte prima dell’apertura pubblica: la forma cambia a seconda del business, ma la logica resta la stessa. Ogni persona che entra in una lista via email o WhatsApp a ottobre è una persona che a novembre potrà essere raggiunta senza passare dall’asta pubblicitaria nel suo momento più caro. C’è però una novità da mettere nel conto. Dal primo ottobre 2026 Meta ha cambiato il modello di prezzo di WhatsApp Business e i messaggi di servizio oltre la franchigia mensile gratuita diventano a pagamento. Costruire la lista resta una scelta intelligente, ma va fatto con un’idea chiara di quanti messaggi si invieranno e di quanto costerà gestire le conversazioni che ne nasceranno.

La terza attività è il controllo del tracciamento. Conversions API su Meta, conversioni avanzate e Consent Mode su Google, eventi configurati correttamente, deduplicazione tra pixel e server: sono verifiche noiose, ma un errore di tracciamento scoperto a novembre significa ottimizzare l’intero picco stagionale su dati sbagliati. Insieme al tracciamento vanno preparate le automazioni, i flussi del CRM, le sequenze email e la segmentazione dei contatti che entreranno nelle settimane successive.

C’è una frase che riassume il senso di ottobre meglio di qualsiasi checklist: novembre non è il momento per imparare, è il momento per scalare ciò che hai già imparato.

Novembre, non basta aumentare il budget

Arriva novembre, e con novembre la tentazione più comune: aumentare il budget. Sembra una scelta ovvia, perché la domanda cresce e appare naturale spendere di più per intercettarla. Il problema è che spendere di più non significa ottenere di più nella stessa proporzione, e il modo per accorgersene è smettere di guardare soltanto il costo per lead medio e cominciare a guardare quello marginale.

Il costo per lead medio è il numero che compare nei report: la spesa totale divisa per il numero totale di contatti. Il costo per lead marginale è un’altra cosa, ed è molto più utile per decidere: è quanto ti costa il lead in più che ottieni aumentando il budget. Proviamo con un esempio dai numeri volutamente semplici. Con cento euro al giorno un account porta lead a diciotto euro, cioè circa cinque lead e mezzo. Portando il budget a centocinquanta euro il costo medio sale a diciannove euro e i lead diventano quasi otto: quei cinquanta euro in più hanno portato poco più di due lead, a circa ventuno euro l’uno. A duecento euro il costo medio arriva a ventitré euro, ma i lead in più rispetto al gradino precedente sono meno di uno: quei cinquanta euro aggiuntivi hanno comprato contatti a circa sessantadue euro l’uno. A trecento euro il costo medio segna trentuno euro, un numero che sembra ancora sostenibile, ma gli ultimi cento euro hanno portato un lead scarso, a un costo marginale di circa cento euro.

Guardando solo il costo medio, il passaggio da diciotto a trentuno euro sembra un peggioramento gestibile. Guardando quello marginale, si scopre che una parte del budget sta comprando contatti a un prezzo cinque volte più alto di quello di partenza. La domanda giusta, a novembre, non è se il Black Friday converta. È quanto margine lascia l’ultimo lead che stai comprando, e se quel margine esiste ancora.

Da qui discendono alcune regole pratiche. La prima riguarda i tempi. Le campagne destinate al Black Friday dovrebbero partire con due o tre settimane di anticipo, così da uscire dalla fase di apprendimento prima che arrivi il picco. Su Meta un gruppo di inserzioni ha bisogno di accumulare un volume sufficiente di eventi di ottimizzazione, nell’ordine di una cinquantina a settimana, prima di stabilizzarsi, e lanciarlo il lunedì della settimana calda significa farlo imparare proprio quando imparare costa di più.

La seconda riguarda il modo in cui si aumenta il budget. Gli algoritmi leggono le variazioni di spesa come segnali sulla domanda: se un budget triplica da un giorno all’altro, la piattaforma cerca di spenderlo, e per spenderlo va a comprare anche le aste più costose. È lo stesso meccanismo che ad agosto consigliava di abbassare le soglie nei giorni in cui la piattaforma non riusciva a spendere bene, osservato dal lato opposto. Gli aumenti graduali, distribuiti nelle settimane che precedono il picco, danno all’algoritmo il tempo di trovare nuove opportunità senza precipitarsi su quelle più care.

La terza riguarda le creatività. Durante la settimana del Black Friday quelle vincenti vanno lasciate lavorare. Si possono affiancare varianti in modo controllato, ma stravolgere le inserzioni che funzionano nei giorni di massimo volume è il modo più rapido per perdere stabilità nel momento in cui ne serve di più.

La quarta riguarda Google. Per gli eventi brevi e prevedibili come il Black Friday, Google Ads mette a disposizione le rettifiche di stagionalità, che servono ad avvisare le strategie di offerta automatiche che in una determinata finestra il tasso di conversione cambierà in modo significativo. Sono pensate per periodi brevi, idealmente non oltre una settimana, e vanno usate con criterio: comunicano all’algoritmo una variazione attesa delle conversioni, ma non sostituiscono il lavoro su budget e target.

Non fai Black Friday? Lo paghi lo stesso

Fin qui il ragionamento sembra riguardare soprattutto chi vende online, ma c’è una categoria di aziende che il Black Friday lo subisce senza nemmeno parteciparvi. Cliniche estetiche, studi professionali, servizi locali, aziende che lavorano in lead generation B2B: non fanno promozioni, non hanno un carrello da riempire, eppure a novembre vedono il loro costo per lead salire come quello di un ecommerce.

Il motivo è che l’asta è la stessa. Una donna tra i trentacinque e i cinquantacinque anni che vive a Milano e segue contenuti di bellezza, a fine novembre, è contesa da ogni brand cosmetico, da ogni catena di profumerie, da ogni ecommerce di moda che ha un budget da spendere in quei giorni. La clinica estetica che vuole raccogliere richieste di consulenza compra la stessa impression, nello stesso momento, a un prezzo gonfiato da concorrenti che vendono tutt’altro. E spesso quella stessa persona, in quei giorni, ha la testa sui regali di Natale più che sulla prenotazione di un trattamento.

Il rischio, per questo tipo di aziende, è doppio. Il primo è economico: lead più cari in un mese in cui la propensione a chiedere un preventivo può persino calare. Il secondo è decisionale: il cliente vede il costo per lead salire, pensa che le campagne abbiano smesso di funzionare e chiede di spegnere, proprio mentre il problema non riguarda le campagne ma il calendario.

La risposta non è spegnere, è spostare. Anticipare a ottobre una parte della raccolta contatti, quando la stessa impression costa meno. Destinare a novembre una quota maggiore del budget ai pubblici caldi, che reggono meglio l’aumento dei costi. E, per molte attività di servizio, costruire un’offerta legata al Natale, come i buoni regalo per trattamenti o consulenze, che trasforma un periodo sfavorevole in un’occasione di vendita. La sintesi è semplice: se il tuo settore non fa Black Friday, il Black Friday va comunque messo nel tuo piano media.

Black Friday, acquisire e monetizzare sono due lavori diversi

Arrivati alla settimana calda, che quest’anno va da venerdì 27 novembre fino al Cyber Monday di lunedì 30, conviene fare un passo indietro e guardare l’intero sistema, perché è qui che si commette l’errore di valutazione più diffuso: giudicare ogni canale da solo.

Ogni strumento pubblicitario fa un mestiere diverso. Le campagne di prospecting su Meta creano domanda nuova, portando il brand davanti a persone che non lo stavano cercando. La rete di ricerca di Google intercetta la domanda che già esiste, quella di chi cerca attivamente un prodotto o un servizio. Retargeting, email, WhatsApp e CRM monetizzano la domanda costruita nei mesi precedenti. Le ricerche sul nome del brand raccolgono una parte della domanda generata altrove, magari da un Reel visto tre settimane prima o da un passaparola nato da un cliente soddisfatto.

Guardati uno per uno, questi canali restituiscono un quadro fuorviante. Il retargeting sembrerà sempre il più efficiente, perché lavora su persone già convinte. La ricerca sul brand sembrerà miracolosa, perché raccoglie ciò che altri hanno seminato. Il prospecting sembrerà il più caro, perché fa il lavoro più difficile senza vederselo riconosciuto dall’attribuzione. E l’imprenditore che taglia il prospecting perché costa troppo scoprirà qualche settimana dopo che anche retargeting e ricerca sul brand hanno smesso di rendere, perché nessuno alimentava più il bacino da cui pescavano.

Per questo nel quarto trimestre, più che in qualsiasi altro periodo, il dato da guardare è quello aggregato. Il MER, il Marketing Efficiency Ratio, mette in rapporto il fatturato totale con la spesa marketing totale, senza passare dalle attribuzioni delle singole piattaforme, che tendono a contare più volte la stessa vendita. Totale diviso totale. È un numero meno preciso sul singolo annuncio, ma molto più onesto sul risultato dell’azienda, ed è quello che dice davvero se il Black Friday ha fatto guadagnare o ha soltanto fatto girare fatturato.

Da Black Friday a Natale

Il rischio, dopo il Cyber Monday, è considerare chiusa la partita. In realtà tutto quello che è successo a novembre è il punto di partenza di dicembre. Ogni persona che ha comprato durante il Black Friday è entrata nella lista clienti, ha generato un segnale di conversione che aiuta l’algoritmo a trovare persone simili e può essere raggiunta con un’offerta complementare o con un invito a tornare. Chi ha visitato senza comprare è un pubblico caldo per le campagne natalizie, con un messaggio diverso: non più lo sconto, ma il regalo, la consegna in tempo, la soluzione per chi è in ritardo.

Per chi lavora in lead generation il discorso è simile, con tempi diversi. I contatti raccolti tra ottobre e novembre non vanno lasciati raffreddare nel CRM: vanno lavorati a dicembre e, in molti casi, a gennaio, quando in molti account le aste tornano a respirare e l’attenzione delle persone si sposta dagli acquisti ai progetti del nuovo anno.

Letto così, il Black Friday smette di essere un evento isolato e diventa un acceleratore, che accumula clienti, dati e pubblici capaci di rendere più efficiente il mese successivo. Chi lo tratta come una giornata di vendite in più ne coglie solo una parte. Chi lo tratta come l’ultimo gradino di una costruzione iniziata ad agosto ne raccoglie anche gli effetti di dicembre e gennaio.

Tre controlli da fare oggi sul tuo account

Se stai leggendo questo articolo a settembre, il vantaggio è ancora tutto da costruire, e ci sono tre verifiche che vale la pena fare subito, prima di qualsiasi piano creativo o previsione di budget.

La prima riguarda i pubblici caldi. Quanto sono grandi oggi i pubblici di interazione, di visualizzazione video e di visitatori degli ultimi novanta giorni, e quanto sono cresciuti rispetto a luglio? Se sono rimasti fermi, agosto è stato un mese perso e settembre deve recuperarlo. La seconda riguarda il tracciamento. Conversions API, conversioni avanzate e Consent Mode funzionano davvero, e i numeri delle piattaforme sono ragionevolmente allineati con quelli del CRM o del gestionale? Meglio scoprire una discrepanza adesso che a metà novembre. La terza riguarda il calendario. Qual è il tempo medio tra primo contatto e conversione nel tuo account, e cosa significa per la data in cui devono partire le campagne del Black Friday?

Nessuna di queste tre domande richiede di aumentare il budget di un solo euro. Ed è proprio questo il lavoro che separa un quarto trimestre subito da uno preparato: la differenza non si vede nel giorno del Black Friday, si vede nelle settimane in cui quasi nessuno ci sta ancora pensando.

Domande frequenti sulla strategia ads per il Black Friday

Quando bisogna far partire le campagne per il Black Friday?

Le campagne che devono convertire nella settimana del Black Friday dovrebbero partire almeno due o tre settimane prima, così da uscire dalla fase di apprendimento prima del picco. Il lavoro di preparazione però comincia molto prima: a settembre si costruiscono pubblici e dati, a ottobre si testano creatività e offerte e si controlla il tracciamento.

Il retargeting funziona ancora nel 2026?

Sì, ma non più come lista basata soltanto sul pixel. Il retargeting più solido oggi si fonda sui dati di prima parte: interazioni con video e profili, liste CRM e clienti, contatti email e WhatsApp. Sulle piattaforme più automatizzate il pubblico personalizzato funziona come segnale per l’algoritmo più che come confine rigido.

Il CPM aumenta sempre a novembre?

Non in modo uniforme. I dati di mercato mostrano forti aumenti dei costi su Google durante il Black Friday, mentre su Meta le medie aggregate possono persino scendere anno su anno, con molti inserzionisti che nel frattempo pagano di più. Conta l’andamento del proprio account e del proprio settore, non la media di mercato.

Di quanto bisogna aumentare il budget per il Black Friday?

Non esiste una percentuale valida per tutti. Il riferimento corretto è il costo marginale per lead o per acquisizione: si aumenta il budget finché il contatto o la vendita in più restano compatibili con il margine, e lo si fa in modo graduale, per non spingere la piattaforma a comprare le aste più care.

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