La legge sull’intelligenza artificiale è entrata ufficialmente in vigore in Italia e, per avvocati e commercialisti, rappresenta un passaggio epocale. Non si tratta solo di un adeguamento formale all’AI Act europeo, ma di un insieme di regole che toccano in profondità l’attività quotidiana dei professionisti. Chi utilizza già strumenti come ChatGPT, piattaforme di analisi documentale o sistemi di automazione sa bene quanto possano essere utili per ridurre tempi, velocizzare ricerche e aumentare la precisione. Tuttavia, con questa legge diventa imprescindibile porsi una domanda: fino a che punto l’IA può essere utilizzata senza infrangere regole deontologiche e senza creare squilibri di responsabilità nei confronti dei clienti?
La legge sull’intelligenza artificiale e i principi per i professionisti
Il nuovo quadro normativo stabilisce chiaramente che l’IA è ammessa come strumento di supporto, mai come sostituto del pensiero critico umano. Per un avvocato significa che potrà affidarsi a sistemi automatici per analizzare grandi quantità di sentenze o predisporre bozze di atti, ma la decisione finale, l’interpretazione della legge e la valutazione delle prove rimangono esclusivamente sue. Lo stesso vale per il commercialista, che può utilizzare software intelligenti per la raccolta e l’elaborazione dei dati fiscali, ma resta unico responsabile del risultato finale. La legge sull’intelligenza artificiale rafforza quindi un concetto chiave: la tecnologia non libera dai doveri etici, anzi, li rende più stringenti.
È proprio qui che nasce uno dei punti centrali: l’obbligo di trasparenza verso i clienti. Informare in maniera chiara e comprensibile quando e come si è fatto ricorso a sistemi di IA diventa un dovere deontologico. Non basta dire “ho usato un software”, occorre spiegare in che fase del lavoro è stato impiegato e in che misura ha inciso sul risultato. Questo obbligo rafforza la fiducia, ma allo stesso tempo aumenta la responsabilità del professionista, che non può più nascondersi dietro lo “schermo” tecnologico.
Obblighi concreti e rischi se non si rispettano le regole
Oltre ai principi generali, la legge sull’intelligenza artificiale porta con sé obblighi molto concreti. Significa predisporre contratti che includano clausole sull’uso dell’IA, archiviare la documentazione che dimostra come e perché è stato usato un certo modello, verificare che i fornitori rispettino le normative su privacy e sicurezza. Per un avvocato, vuol dire dover conservare non solo la versione finale di un atto, ma anche la prova del processo di generazione assistita. Per un commercialista, comporta controlli aggiuntivi sugli strumenti di calcolo automatico, con la certezza che non generino errori o bias che possano danneggiare i clienti.
Il rischio di non rispettare queste regole è duplice. Da un lato, ci sono le conseguenze disciplinari: non dichiarare l’uso dell’IA significa violare obblighi etici e quindi esporsi a sanzioni da parte dell’Ordine professionale. Dall’altro, ci sono conseguenze legali: se un cliente dimostra di aver subito un danno per uso scorretto dell’IA, la responsabilità ricade comunque sul professionista. In altre parole, l’IA non attenua il rischio, ma lo amplifica se non viene gestita con metodo e consapevolezza.
Il collegamento con il T-T-P-A e le attività sui social
C’è un aspetto che spesso sfugge ai professionisti, ma che è fondamentale per chi lavora anche con i social network: il collegamento con il T-T-P-A (regolamento sull’utilizzo della pubblicità politica e dei temi sociali nelle ads). Se da un lato la legge sull’intelligenza artificiale disciplina l’uso di sistemi intelligenti nelle professioni, dall’altro il T-T-P-A stabilisce regole precise per chi promuove contenuti a tema sociale o politico online. Questo significa che un avvocato o un commercialista che produce contenuti divulgativi, magari usando IA per scrivere post o articoli, deve rispettare entrambe le cornici: trasparenza nel dichiarare l’uso di strumenti di intelligenza artificiale e conformità alle regole del T-T-P-A per quanto riguarda la comunicazione pubblicitaria.
Non è un caso che le due normative si parlino indirettamente: entrambe mettono al centro la trasparenza e la responsabilità di chi comunica. In pratica, se un professionista decide di posizionarsi online utilizzando anche l’IA per ottimizzare i propri contenuti, dovrà avere la stessa cura nel dichiararlo ai clienti che lo seguono e nell’aderire ai requisiti delle piattaforme social. Unire le due prospettive significa non solo tutelarsi, ma anche costruire un’immagine di affidabilità e autorevolezza.
Opportunità e limiti per avvocati e commercialisti
Molti vedono la legge sull’intelligenza artificiale come un ostacolo, ma la realtà è che rappresenta un’opportunità concreta. Essere trasparenti, documentare i processi, adottare strumenti certificati e rispettare standard di conformità può diventare un vantaggio competitivo. In un mercato dove la fiducia è la vera moneta, dichiarare apertamente come si usano le nuove tecnologie può fare la differenza tra chi viene percepito come improvvisato e chi invece appare solido e aggiornato.
Il limite principale è la rigidità della normativa, che rischia di frenare le realtà più piccole o meno strutturate. Tuttavia, proprio in questi casi, saper comunicare in modo intelligente sui social e sapersi posizionare come professionisti che rispettano la legge può ribaltare il gioco. Chi si muove in anticipo, dimostrando competenza non solo tecnica ma anche normativa, avrà più visibilità e più clienti.
La legge sull’intelligenza artificiale non è un freno, ma un passaggio di maturità. Avvocati e commercialisti che scelgono di usarla come leva per comunicare meglio con i clienti, per garantire trasparenza e per rispettare anche il T-T-P-A nelle attività online, non solo saranno in regola ma costruiranno un posizionamento di valore. La tecnologia non sostituirà il pensiero umano, ma potrà amplificarne la forza se usata con metodo, etica e intelligenza strategica.



